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Buone e cattive pratiche nei processi per maltrattamenti e abusi |
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News dai centri
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Scritto da Associazione Erinna - Centro Antiviolenza di Viterbo
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Martedì 05 Maggio 2009 13:37 |
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Per capire quale distanza ci separa da una cultura di genere equa e rispettata da tutta la società, e come gli strumenti che esistono dovrebbero proteggere ed accogliere le donne che subiscono ogni tipo di violenza, bisognerebbe frequentare i tribunali e seguire i provvedimenti che risultano dai processi per maltrattamenti e abusi quotidiani che moltissime donne subiscono in famiglia. Buone e cattive pratiche. Parliamo di Provvedimenti che ci lasciano perplesse… Per esempio, ecco quanto è successo a Viterbo. Lei, una signora ormai anziana, subisce da moltissimo tempo maltrattamenti molto pesanti dal marito. Decide di denunciarlo. Le prove sono evidenti. Il marito viene condannato agli arresti domiciliari in una casa di sua proprietà, lontana da quella coniugale. La signora chiede contestualmente la separazione e chiede che le sia assegnata la casa coniugale. È anziana, non ha un lavoro, ha lavorato tutta la vita per la famiglia e non ha soldi. Non ha scelta. Il provvedimento del Giudice, che accoglie gli orientamenti della Cassazione, stabilisce che in mancanza di figli minori o di figli maggiorenni non autosufficienti, la casa non sia assegnata ad alcuno dei due coniugi e che sia lasciato tutto alla libera contrattazione delle parti. Perché una donna che subisce violenza, senza alcuna entrata economica e un’alternativa abitativa, non è stata tutelata? Risultato: il marito, al termine della custodia cautelare, ritorna nella casa coniugale e, in attesa delle sentenze di separazione e per i maltrattamenti subiti, la moglie è costretta a vive con lui. Chi la proteggerà nel silenzio delle mura domestiche? Il proverbio tra moglie e marito non mettere il dito forse andrebbe aggiornato alla luce del fatto che in oltre il 90% dei casi gli stupratori, i violenti, gli assassini hanno le chiavi di casa.
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